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"LA SPOSA ERA IN NERO", Cornell Woolrich - 1940

Con questo capolavoro inauguro la nascita del mio blog!
Buona lettura a tutti.

"LA SPOSA ERA IN NERO", Cornell Woolrich - 1940
Curiosità: ll titolo originale viene riportato "The bride wore blac" (sic!) 
Proverò a elencare gli aspetti positivi di questo pasticcino:
1. Inizio con la piacevolezza procuratami da un fatto che accomuna la lettura di qualsiasi traduzione vintage: l'incontro di termini e di sintagmi desueti (per citarne solo alcuni: negro, menare, dinamo, monitore, matrona, tiretto, dittafono, fanfarone. Personalmente a me ha colpito l'uso iterato di "porco!");
Proseguo con questo gusto per il passato chiamando in causa il soggetto e l'ambientazione della storia nonché l'esperienza feticistica derivata dal contatto con la prima edizione italiana del 1948! (Curiosità: alla fine del libro si trova un racconto di un certo Mario Ghisalberti "I pesci volanti", presumibilmente un drammaturgo ancora vivente che si occupa oggi di vernacolo senese).
2. Per un lettore dei nostri giorni,quale io sono, in cui le dimensioni spazio-tempo sono state ridimensionate se non addirittura fagocitate dalle tecnologie, risulta assai piacevole immergersi in una narrazione fatta di piste narrative che non possono per nessuna ragione incontrarsi materialmente (come potrebbe accadere oggi cliccando un tasto sul pc), di esistenze che non possono essere messe in relazione globale fra loro, in maniera meccanica, di indagini che non possono affidarsi all'automatizzazione informatica per vincere il tempo che ci distanzia dalla soluzione del mistero.
Questa condizione spazio-temporale ci butta di peso dentro sentieri-semirette destinati a incontrarsi solo in un punto, come dirà lo stesso investigatore Wanger (una volta è stato scritto Warner!).
Siamo in una specie di labirinto o selva oscura ma non troppo.
3. Ho trovato lo stile una prova riuscita di eleganza e di equilibrio. Niente fronzoli, sbavature (ma forse questo pregio è da ascrivere alla censura fascista?) e niente eccessi di violenza. Rudezza e crudezza bandite.
Woolrich si rivela una personalità galante, solo a tratti compulsiva ma in modo piacevole, soprattutto nelle scene della madre e del bambino. (Sembro uno psicologo!)
Ancor più gradita l'eleganza se questa scaturisce da una penna maschile.
Non credo di esagerare se dico che Woolrich potrebbe essere la metà maschile complementare di Agatha, col suo mistero asciutto e lievemente allucinato.
In lui v'è una seppur minima dose di compulsione psicologica che in Agatha è assente e che di sicuro afferisce al suo vissuto.
Lo stile risulta inoltre congeniale per una trasposizione cinematografica. Molti punti della narrazione sono affidati alla resa visiva e il taglio seccamente reciso nella suddivisione dei vari episodi è chiaramente quello tipico della sceneggiatura.
4. Ho avuto due personalissime suggestioni: a un certo punto mi è venuto in mente "Il mostro di Duesseldorf" e, in dirittura d'arrivo, una sorta di passaggio che ho reputato (irrazionalmente) premonitore del delitto Tenco (perché sapete che Luigi Tenco, nel 1967, è stato UCCISO, vero?).
Ho gradito, inoltre, la citazione dei "Five little peppers", che personalmente mi ha richiamato alla mente i "Five little pigs" di Agatha Christie. Così come la citazione indiretta del personaggio di Sherlock Holmes.
L'intenzione di Woolrich è quella di superare il giallo deduttivo scientifico; e ci riesce.
Uno dei personaggi dirà proprio di Holmes, "Qualcuno è venuto a ucciderlo!".
Se è vero infatti che la narrazione si dipana per tre quarti come se fosse un thriller o un noir, nell'ultimo quarto si trasforma in un vero giallo classico, acuto come pochi (che si farà beffe del lettore!); che, però, come dicevo, supera il taglio scientifico alla Holmes per affiancare quello deduttivo-retrospettivo alla Christie.
5. Ho apprezzato la scena spassosissima al museo, in cui Woolrich si lascia andare a opinioni personali che stroncano il gusto estetico per il gretto realismo e per il naturalismo; per esaltare invece la dimensione astratta dell'arte, da intendersi a mio parere, per questo giallo, non come condizione priva di appigli reali ma semplicemente allucinata. La realtà è infatti alla base della narrazione, come dimostra questo breve passo:
"Se qualcosa poteva rendere ancora più grandi le proporzioni della tragedia, si trattava proprio di questo: vedere la causa prendere forma umana, materializzarsi, cessare di essere soltanto un'entità astratta" (pag. 40 di questa edizione).
Dunque si tratta di un realismo che a me è sembrato magico o sognante, che fa piombare il lettore in una dimensione di pura inquietudine.
Scrivo qui sotto gli aspetti che mi hanno esaltato e quelli che non mi hanno convinto, per esporre i quali bisogna essere più espliciti.
SPOILER
- Nel momento in cui il giallo passa da noir a giallo classico, Woolrich ci mette dinanzi due possibili personaggi rispondenti all'identità dell'assassino ma noi siamo stati abituati dall'inizio a percorrere la pista dell'assassino senza ostacoli, al suo fianco, e dunque non ci aspettiamo la virata finale di Woolrich di presentarci due personaggi potenzialmente identificabili come l'assassino senza che noi pensiamo minimamente a questa eventualità. Siamo ormai convinti che il punto cruciale non sia chi è l'assassino (lo sappiamo già: la sposa in nero!) ma il come andrà a finire? Morirà o no Holmes? Fregati! Effetto sorpresa assicurato!
- L'assassino uccide le persone sbagliate e questo fa diventare agli occhi del lettore l'assassino una figura secondaria. Noi abbiamo solo creduto di essere stati partecipi della prospettiva dell'assassino mentre il vero assassino ci è stato tenuto all'oscuro fino alla fine (geniale! questa è la chicca! ecco il realismo magico!) e così siamo piombati nel più spudorato dei trabocchetti da giallo classico, in cui il lettore è chiamato a risolvere un enigma e alla fine viene impietosamente beffato.
Non ho gradito:
- La coincidenza dell'incidente dell'automobile sugli sposi con lo sparo della pistola dalla finestra rende la storia non più allucinata ma inverosimile.
- La serendipità, ossia la scoperta di qualcosa mentre se ne sta cercando un'altra: la pistola di Corey viene sottoposta a un esame "d'impronte digitali" ma, per non si sa quale competenza tecnologica all'epoca inesistente, si riesce ad ottenere un prezioso dato di natura balistica. Una serendipità del genere sarebbe potuta accadere solo se a favorirla fosse stato un computer. Come accade nelle serie televisive odierne in cui la velocità e l'automatizzazione dei dati digitali incrociati possono verosimilmente gettare luce sul mistero.
- Non ho apprezzato l'incoerenza fra il ritratto finale di una polizia iper-competente e quello, a metà narrazione, di una polizia che sta per mandare in galera una giovane innocente!

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